NICOLAS POUSSIN : APOLLO E LE MUSE A

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Le Muse (in greco: Μοῦσαι, -ῶν; in latino: Mūsae, -ārum) sono divinità della religione greca, figlie di Zeus e di Mnemosýne (la "Memoria") la loro guida è Apollo. L'importanza delle muse nella religione greca era elevata: esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'"eterna magnificenza del divino.



I nomi delle nove Muse


Calliope: il cui nome in greco significa "dalla bella voce", era l'ispiratrice della Poesia Epica

Erato: deriva il nome da Eros ed è considerata l'ispiratrice della Poesia lirica e del canto corale


Clio: "Colei che può rendere celebri" è la Musa della Storia.


Euterpe: nella mitologia Greca e Romana era la musa della Musica, protettrice di strumenti a fiato e, più tardi, anche della poesia lirica.


Melpomene: "colei che canta la Tragedia" era la musa del Canto, dell'armonia musicale e della tragedia.


Polimnia: è la musa protettrice dell'orchestica, della pantomima e della danza associate al canto sacro e eroico.
Talia: thallein (fiorire), è colei che presiede alla commedia ed alla poesia bucolica.


Tersicore: (greco Terpsichórē; latino Terpsichŏre) è la musa della Danza, il suo nome viene dalla parola τερπέω ("mi piace") e χoρός ("danza").


Urania: (dal greco antico Ouranos, «cielo») figlia di Zeus e di Mnemosine era la musa dell'astronomia e della geometria.




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26/02/17

Tu che di gel sei cinta - TURANDOT (G. Puccini)

Donetsk National Academic Opera & Ballet Theatre (UKRAINE) Turandot - Tatiana Plehanova Calaf - George Meladze 

 In Cina, in un mitico "tempo delle favole", viveva una bellissima e solitaria principessa (Turandot), nella quale albergava lo spirito di una sua antenata violentata e uccisa. Da ciò nasceva l'orrore di Turandot per gli uomini.

Il popolo di Pechino e l'Imperatore suo padre (Altoum) le fanno però pressione affinché si sposi.

Ella alla fine accetta di sposare solamente il giovane nobile che sarà in grado di sciogliere i tre enigmi da lei proposti: se fallirà, però, morirà.

L'opera si apre con l'ennesima testa che cade, quella del giovane Principe di Persia.

Tra la folla è presente in quel momento Calaf, principe tartaro spodestato, che non riesce a resistere alla bellezza di Turandot e decide di provare a risolvere gli enigmi.

Fra la folla ritrova il vecchio padre (Timur) e la fedele schiava Liù (da tempo segretamente innamorata di Calaf) che tentano inutilmente di fargli cambiare idea.

Calaf si ritrova faccia a faccia con la "bella di ghiaccio" di cui riesce a risolvere tutti e tre gli enigmi.

Turandot è ovviamente disperata e Calef le propone a sua volta un enigma: se prima dell'alba la Principessa riuscirà a scoprire il suo nome, egli morirà.

Altrimenti diventerà il suo sposo.

Turandot, riesce a rintracciare Timur e Liù, ma entrambi taceranno, anzi, Liù sentendo di non poter  resistere alle torture a cui la stanno sottoponendo, si suicida.

Alla fine sarà lo stesso Calaf a rivelare alla principessa il proprio nome, ma solo dopo essere riuscito a darle un bacio appassionato.

Bacio che sconvolgerà nell'intimo Turandot, la quale andrà con Calaf davanti all'imperatore suo padre ed al popolo, annuncerà trionfante di aver finalmente scoperto il nome dello straniero: Il suo nome è "Amor".

Giacomo Puccini (1858 - 1924)
 

Dalla solita drammaticità di Puccini, l'aria di Liù che si suicida per amore.

MYSTERIUM


it.wikipedia.org

Tu che di gel sei cinta



Tu che di gel sei cinta è un'aria di Liù (soprano) della prima scena del terzo atto di Turandot (1926), opera di Giacomo Puccini

L'aria rappresenta un punto chiave della composizione, il massimo contrasto fra Turandot e Liù, le due voci di soprano e protagoniste femminili che incarnano opposti sentimenti.
Ashbrook e Powers ipotizzano che l'incompletezza dell'opera, principalmente dopo questo punto, sia da attribuirsi all'inadeguata costruzione drammatica della trama, l'accostamento tra il duro trattamento riservato ai personaggi secondari e il repentino cambio radicale di sentimenti della principessa all'ultimo minuto.

L'aria

Le parole dell'aria sono state effettivamente scritte da Puccini stesso. In attesa che Giuseppe Adami e Renato Simoni fornissero la parte successiva del libretto, era stato infatti il compositore a realizzare il testo; quando i librettisti lo lessero decisero che non potevano fare di meglio.

Turandot vuole conoscere il nome del principe misterioso e quando viene a sapere che la serva conosce il suo nome le ordina di rivelarlo. Lei, perdutamente innamorata, non lo tradisce e viene torturata. La principessa è chiaramente presa dalla volontà di Liù e le chiede cosa le abbia messo tanta forza nel suo cuore. Liù risponde "Principessa, Amore!":
TURANDOT: Chi pose tanta forza nel tuo cuore?
LIÙ: Principessa, l'amore!
T.: L'amore?
Liù affronta la glaciale principessa con quest'aria:
Tu che di gel sei cinta,
Da tanta fiamma vinta
L'amerai anche tu!
Prima di quest'aurora
Io chiudo stanca gli occhi,
Perché egli vinca ancora...
per non... per non vederlo più!
L'indicazione di tempo (Andante mosso con un poco d'agitazione) lascia un certo spazio a inflessioni. I primi tre versi cominciano e finiscono con "tu" e rappresentano una sfida alla sovrana, cantate con fermezza dalla serva che per amore affronta senza timore la crudele principessa, non mostrandosi più sottomessa. 

Il secondo tagliente verso minaccia la sconfitta della principessa ("vinta") e nel verso successivo, ripetuto con enfasi, è ribadito l'atteggiamento di sfida. Nei versi successivi, più calmati, il sentimento cambia (piano sul quarto verso, rallentando sul quinto) e la serva preannuncia il suo sacrificio. 

Dopo una brave ripresa del tempo, torna fermezza ed enfasi confidando nella vittoria di Calaf (perché egli vinca ancora), ripetuto poi in maniera ancor più decisa. Quindi ripete i versi precedenti (prima di quest'aurora/io chiudo stanca gli occhi), il primo con grande crescendo verso una fermata sostenuta e il secondo più dolce, che ricalca la ricerca della morte e la fine delle sofferenze, chiudendo con un toccante pianto contenuto nelle ultime sei note, marcate e sostenute.

Dopo aver cantato l'aria, Liù sottrae una spada, sfilandola dalla cintura di un soldato, e si uccide.

12/02/17

Senza di te (Pier Paolo Pasolini)


Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto. 
 
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole. 
 
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra. 
 
E mi sarai lontano mille volte, 
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;
essere solo. 
 
 
(Pier Paolo Pasolini)